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Misure Alternative

Fin dalla sua costituzione l'ufficio del Garante ha concentrato la sua attenzione sia sulla cura delle esigenze materiali e contingenti della popolazione detenuta, sia sulle possibili riforme necessarie a migliorare la realtà penitenziaria. Si è cercato, al tempo stesso, di porre l'attenzione sulle esigenze di ogni detenuto, sostenendo le istanze di trasferimento, intervenendo dove possibile per risolvere i problemi di ognuno, e di utilizzare la posizione di osservazione privilegiata che l'ufficio offre, per fornire delle proposte di riforma generale del sistema.


Al termine dei primi cinque anni di esperienza dell'ufficio del Garante dei Diritti dei detenuti, è necessario porre in evidenza alcuni aspetti essenziali della vicenda, per sfatare alcuni falsi miti che la vulgata comune ritiene delle verità inconfutabili: non è affatto vero che in Italia vi è un eccessivo ricorso alle misure alternative e che il ricorso alle stesse è causa di aumento dei delitti commessi. In merito al primo aspetto basta sottolineare che il ricorso alle misure alternative nel nostro paese è molto inferiore a quello di altri paesi europei, ai quali spesso ci ispiriamo nelle politiche di lotta alla criminalità. In Italia le persone sottoposte a misure alternative è pari a 14399 unità, a fronte di una popolazione penitenziaria di 66288 detenuti (Ministero della Giustizia al 18-02-2010). per citare alcuni esempi, nel 2005 nel Regno Unito le persone ammesse  alle misure alternative alla detenzione erano circa 220.000 a fronte di 75850 detenuti, mentre in Francia  138.800 persone erano in misura alternativa a fronte di 59.241 detenuti.


Quanto all'altra tesi secondo cui l'abuso di misure alternative comporta l'aumento del numero dei reati, va detto che la percentuale media di revoca dei benefici penitenziari per commisione di reati durante il periodo di esecuzione della misura alternativa è pari a circa lo 0,45% del totale dei casi trattati. Se a questo si aggiunge che il tasso di recidiva delle persone sottoposte a misure alternative è pari a circa il 19%rispetto al 68% della popolazione detenuta che non gode di benefici penitenziari (da uno studio del DAP  del 2005), il quadro appare ben diverso da quello normalmente immaginato. In buona sostanza si può affermare, senza timore di smentita, che l'aumento del ricorso alle misure alternative è uno dei principali strumenti non solo per attuare il dispositivo di cui all' Art.27 della Costituzione, ma è una delle soluzioni più efficaci nella prevenzione dei reati. Nel corso degli ani l'ufficio del Garante ha operato per cercare di rendere evidenti questi fatti, cercando di favorire una discussione che prendesse a riferimento i dati reali e consentisse di proporre soluzioni il più possibile adeguate al nostro sistema penitenziario.


Numerosi sono stati i convegni promossi dall'ufficio sul tema, a partire dal primo tenutosi alla fiera di Roma nel novembre del 2005 dal titolo nuove frontiere per l'ordinamento penitenziario, dove cercammo di proporre un nuovo modello di diritto penitenziario orientato ad una maggiore promozione del ricorso alle misure alternative, senza con ciò dimenticare le pur legittime esigenze di sicurezza della popolazione. 
Convinzione diffusa di questo ufficio è sempre quella che una seria politica di sicurezza non possa che passare attraverso la promozione del ricorso alle pene e misure alternative alla detenzione che, lungi dall'essere una resa dello stato nei confronti del reo, sono uno strumento fondamentale non solo per la piena attuazione del  principio rieducativo di cui all'Art. 27 della Costituzione, ma- come abbiamo visto- costituiscono un formidabile strumento nella prevenzione dei crimini contribuendo in maniera essenziale alla tutela del diritto di ogni cittadino alla sicurezza. A quel primo convegno ne seguirono altri e, in particolare, nel Luglio del 2007 fu promosso un incontro dal titolo Carcere extrema Ratio, nuovo diritto penale, tuto incentrato sulla necessità di immaginare un nuovo diritto penale, orientato proprio ad una nuova idea  di pena che non preveda solo ed esclusivamente la limitazione della libertà personale ma che possa immaginare  forme nuove e diverse di punizione per le condotte antisociali. Il convegno tenutosi a pichi giorni dalla presentazione del nuovo progetto di riforma del codice penale elaborato dalla commissione parlamentare allora presieduta dall'onorevole Pisapia, si poneva l'obiettivo di offrire un contributo del mondo accademico, degli operatori del mondo giudiziario e penitenziario all'elaborazione di un nuovo modello di diritto penale in cui le misure e pene diverse dal carcere avessero finalmente un ruolo centrale.


Purtroppo le scelte in materia penitenziaria da parte del Governo e del Parlamento sono andate in tutt'altra direzione incrementando il numero dei detenuti a causa del privilegio dato alla pena detentiva per ogni comportamento penalmente perseguibile.


Anche durante il periodo immediatamente successivo all'approvazione della legge sull'indulto, l'impegno dell'ufficio fù tutto orientato a far si che quell'occasione di forte riduzione della popolazione penitenziaria fosse utilizzata per favorire un processo di riforma, che consentisse di non tornare entro breve tempo alla situazione precedente all'approvazione del provvedimento. A questo si aggiunga infine l'impegno quotidiano volto a favorire per quanto possibile l'accesso dei singoli detenuti alle misure alternative che ad oggi sono previste nel nostro ordinamento penitenziario. Nel corso degli anni si è cerato di promuovere e favorire la diffusione delle cooperative sociali, che offrono ai detenuti opportunità di lavoro e di riscatto, attraverso gli strumenti di lavoro esterno e della semilibertà. Si sono attivate sinergie con gli enti locali (in particolare con la provincia ed il comune di Roma), con la sottoscrizione di protocolli di intesa ch e offrissero soluzioni possibili alle esigenze che la popolazione detenuta ha nel rapporto con il territorio: dall'abitazione alla salute al lavoro. Abbiamo infine collaborato con quanti sono istituzionalmente impegnati nella cura della popolazione detenuta per tutto ciò che attiene alla fase dell'esecuzione penale esterna. Significativi in tal senso sono i protocolli di intesa sottoscritti con L'U.E.P.E. (ufficio esecuzioni penale esterna) di Roma e Latina per la gestione di uno sportello di consulenza legale gratuita per i detenuti in esecuzione penale esterna; con il tribunale di Roma e il dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria per la promozione di forme alternative di detenzione per i detenuti tossico dipendenti condannati per reati di minor allarme sociale e, da ultimo, quello recente con l'U.E.P.E. di Frosinone. In conclusione l'attività del Garante in questi cinque anni è stata interamente finalizzata al perseguimento del principio costituzionale secondo cui la pena, lungi dall'essere una mera punizione per le condotte antisociali, è e deve essere un'occasione per chi si è macchiato di gravi responsabilità per ottenere una nuova opportunità. 

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