Menù Servizio

Menù Principale

Menù Aree Tematiche

Menù Secondario

Contenuto Principale

Altre Info

Le strutture preposte ad accogliere le detenute sono in numero inferiore rispetto a quelle maschili: gli istituti penitenziari esclusivamente femminili sono, infatti, solo 7: Trani, Pozzuoli, Rebibbia, Perugia, Empoli, Genova, Venezia. Vi sono, poi, altre 62 piccole sezioni femminili sparse in tutta Italia situate nei più Istituti Penitenziari maschili.

La particolarità che caratterizza la carcerazione femminile è la tipologia dei reati: furto, spaccio e reati legati allo sfruttamento della prostituzione appaiono essere quelli più presenti.

Va evidenziato, che la percentuale di donne condannate per delitti particolarmente gravi, è molto bassa rispetto alla percentuale totale di donne condannate.

Le condannate per omicidio volontario, sono state, negli ultimi anni, meno del 5%. Il dato rilevante è la modesta percentuale di donne dedite ad attività criminose. Importanti, invece, sono i reati legati al traffico internazionale di stupefacenti che caratterizzano soprattutto le detenute provenienti dall’america centrale e del sud che effettuano i cosiddetti “ viaggi della speranza”, ovvero, corrieri della droga con l’obiettivo di una opportunità migliore. I reati legati allo sfruttamento della prostituzione sono commessi soprattutto dalle donne straniere: est europa, africa nera. Una categoria a parte sono le nomadi, i cui reati sono quasi ed esclusivamente legati a piccoli furti. Altro dato importante è l’incidenza della criminalità nella fascia di età più giovane: quella tra i 21 e i 24 che incide quasi per il 10%; le fasce d’età comprese fra i 25 e i 29 e tra i 30 e i 34 incidono per il 20%.

Per le donne si ha una più alta concentrazione di soggetti dediti al crimine nella fascia di età inferiore ai 18-20 anni e in quella superiore ai 40. Di queste donne è bene, inoltre, ricordare che, sono quelle che maggiormente usufruiscono delle sezioni nido all’interno degli Istituti penitenziari, infatti, sono quasi solo loro a portare in carcere i loro figli. Per queste donne, infatti spesso, è difficile ottenere i benefici delle misure alternative di cui alla L. 8 marzo 2001 n. 40: “Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute e figli minori” sia per l’alta recidività che per la “pericolosità sociale” definizione giuridica che spesso le caratterizza. Poco si applica anche l’art. 275 comma 4 c.p.p. che esclude la custodia preventiva per le imputate con prole inferiore a tre anni. Ciò che impedisce, a queste donne, di ottenere tali benefici, spesso, è anche la mancanza di una dimora fissa, mancante appunto perché nomadi per cultura. Ma la difficoltà ad usufruire di questa legge vale anche per le detenute italiane, infatti, a tale norma non possono accedere tutte quelle donne che sono ancora in attesa di giudizio. Inoltre, non vi possono accedere tutte quelle detenente i cui reati sono legati al mondo della tossicodipendenza, anche per queste donne la legge non si applica per l’elevato rischio di recidiva.

L’eccessiva frammentazione delle sezioni femminili – vi sono alcune sezioni femminili collocate in più grandi case circondariali e di reclusione che arrivano a non oltre 10 unità – rende difficile, se non impossibile, l’attuazione e realizzazione di progetti finalizzati al recupero e al reinserimento sociale. Progetti quali: corsi di formazione, scuola, attività di risocializzazione in genere. Tale frammentazione, inoltre, non permette di avere una visione d’i nsieme del fenomeno e delle problematiche della carcerazione femminili rendendo difficile anche individuare e realizzare attività e programmi specifici per le donne detenute. Inoltre, le donne sono quelle su di cui la politica di tagli alle spese, specie quelle sanitarie, attuata negli ultimi tempi pesa di più. La condizione della donna, più complessa per sua natura, ne risente in maniera più incisiva, infatti, in molte carceri sono venute a mancare tutte quelle convenzioni di base con i medici specialisti quali il ginecologo o pediatra, o ancora lo psicologo che, vanno ad incidere fortemente sulla qualità della vita delle donne ristrette. Naturalmente l’area problematica, che più caratterizza la carcerazione al femminile, è quella legata all’area della maternità e al rapporto con i figli. Le donne vivono la carcerazione, qualunque età abbiano i figli, con un enorme senso di angoscia e fallimento. Tali sentimenti sono ancor più vivi ed incisivi quando i figli sono minori.

La legislazione italiana prevede specifici benefici per le donne, in considerazione del loro ruolo di madri, tali agevolazioni permettono in taluni casi di evitare il carcere. Inoltre lo status di madri con figli in carcere non risolve, né tantomeno allevia, l’angoscia legata alla carcerazione, infatti, i minori possono restare in carcere accanto alle madri sino al compimento del terzo anno di età instaurando con la madre un legame eccessivamente simbiotico, legame che però al compimento del terzo anno di età sarà tagliato in maniera netta senza tener conto dei precedenti anni trascorsi insieme, procurando al minore un trauma difficilmente sanabile. Ogni anno i minori “ detenuti” oscillano fra i 50 e 60. Alcune sezioni femminili prevedono internamente dei nidi per ospitare i bambini, invece, altre strutture carcerarie, come Rebibbia a Roma, hanno stabilito delle convenzioni particolari con i nidi dei quartieri limitrofi alla struttura carceraria. Le donne in carcere sono molto poche ed è nei loro confronti che verificano le più crudeli delle discriminazioni, soprattutto, legate all’area dell’a ffettività e della maternità. Anche se, come si è detto, la legge italiana prevede la possibilità di misure alternative al carcere per le madri, troppo spesso, le carceri e i Tribunali competenti non si adeguano, ne riescono ad applicare tali normative. Ed è per tutti questi motivi che sulla detenzione femminili bisogna avere continuamente un occhio ed un interesse maggiori.

Fondo Pagina