(Roma, 17 agosto) - Garantire, durante il Ramadan, il tradizionale “
pasto di rottura del digiuno” ai detenuti marocchini di fede musulmana reclusi nelle
carceri del Lazio. E’ quanto prevede il programma umanitario ideato dall’associazione “
Alternativa culturale dei marocchini in Italia” con il sostegno del
Garante dei diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni.
Il digiuno durante il Ramadan, che termina l’8 settembre, è uno dei cinque
pilastri dell'Islam. Durante il Ramadan, infatti, i musulmani praticanti devono astenersi,
dall'alba al tramonto, dal bere, mangiare e fumare.
In questi giorni l’associazione “
Alternativa culturale dei marocchini in Italia”sta incontrando i direttori di alcune
carceri della regione per verificare la possibilità di realizzare, negli istituti, il progetto
organizzato per il Ramadan dalla Fondazione “
Hassan II” e dal Ministero della Comunità Marocchina residenti all’estero
Il progetto - pilota prevede che una delegazione entri in carcere durante il
Ramadan per preparare il “
pasto della rottura del digiuno” con prodotti tipici come datteri e dolci. A Regina Coeli
l’iniziativa si svolgerà il prossimo 31 agosto.
Con 500.000 residenti in Italia, quella marocchina è una delle più importanti
comunità straniere in Italia. Fra questi anche 5.323 detenuti (5.274 uomini e 49 donne) ospitati
nelle carceri italiane, che rappresentano circa l’8% della comunità penitenziari. Nel Lazio i
detenuti marocchini sono 159.
«
Le istituzioni penitenziarie hanno manifestato interesse verso questa iniziativa e ne stanno
verificando la fattibilità, compatibilmente con le necessarie e pregiudiziali esigenze di
sicurezza -
ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni –
Si tratta di una iniziativa meritoria perché ha soprattutto una valenza sociale: quella di non
far sentire soli e abbandonati dalle loro istituzioni i detenuti di origine marocchina. Il contatto
con il mondo esterno, soprattutto in questo momento di estrema difficoltà all’interno delle
carceri, potrebbe essere un ulteriore stimolo per i detenuti a percorrere la strada del recupero
sociale».