di Stefano Anastasìa
Con tutti i problemi che le carceri hanno, e che immaginiamo abbia anche chi deve dirigerle, dal centro come dalla periferia, tre giorni fa il capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha avuto tempo di firmare una nota indirizzata ai provveditori regionali in cui gli spiega che i pozzetti frigo “di nuovo acquisto” (quelli vecchi no, evidentemente, beati loro e chi li usa) dovranno essere posizionati “in una stanza l’uopo dedicata”, e non più nei corridoi delle sezioni, dove spesso stanno perché, come il capo dipartimento dovrebbe sapere, di stanze da dedicare all’uopo non ce ne sono tante con 17mila detenuti più della capienza regolamentare effettivamente disponibile.
Naturalmente tutto ciò è suadentemente prescritto per “prevenire eventi critici che possano turbare l’ordine e la sicurezza interna”, notoriamente minacciata dai frigoriferi nei corridoi. E non è che un detenuto potrà andare a prendersela da solo e quando ne avrà bisogno l’acqua o la carne dal pozzetto (naturalmente previa richiesta all’agente di turno: “assiste’, mi apri che devo andare a prendere l’acqua?”), ma lo faranno per lui uno/due detenuti autorizzati “in orari definiti”.
Ma questo è il meno del surreale parto d’ingegno dell’antivigilia della Liberazione (ah, la Liberazione!). Nell’ultimo capoverso delle volontà capodipartimentali la prosa si fa categorica: “in nessun caso i pozzetti frigo e/o frigo potranno essere collocati nelle camere di pernottamento”, visto che vi si possono occultare “oggetti o sostanze non consentite” (e negli armadietti no? A quando la loro rimozione?) oppure possono essere utilizzati per barricarsi o come strumenti atti ad offendere (il famoso lancio del frigobar).