Un destino crudele e la forza di ricominciare

La redazione ha raccolto la storia di Marcello, un uomo recluso nella C.C. Velletri: una vita segnata da violenze, dolori e cadute, ma anche da amore, paternità e gratitudine

 

Mi chiamo Marcello, sono un uomo di oltre sessant’anni e questa è la mia storia. Fin da quando ero bambino ho subìto, insieme alla famiglia, abusi, umiliazioni e percosse da parte di mio padre. Egli era un uomo crudele, definito un padre-padrone, mia madre era totalmente a sua disposizione, non aveva nessuna voce in capitolo e quando assisteva alle punizioni violente nei nostri confronti, tentava di ribellarsi per difenderci, subendo a sua volta le stesse percosse. Mio padre non sentiva di avere alcun obbligo nei nostri confronti, non contribuiva né al nostro benessere né alla nostra educazione. Spesso, egli mi obbligava a partecipare alle sue uscite sia con gli amici sia con donne di poco conto, in modo che la mia presenza fosse un alibi di innocenza. In molte occasioni ero costretto ad aspettare il suo ritorno. Mi lasciava un’arma perché, nel caso sopraggiungessero dei problemi, avrei dovuto passargliela fungendo così da palo a controllo.

Un mattino del novembre 1984, mentre curavamo la coltivazione nel nostro terreno, mio padre già molto nervoso, picchiò mio fratello duramente. Tornati a casa, il padre-padrone ci disse che potevamo lavarci e cambiare di abito per uscire ma, una volta pronti, ci obbligò a tornare nel campo. A quel punto mio fratello prese la pistola, la stessa che mio padre mi affidava, e stanco dei continui soprusi, si ribellò. Mio padre gli andò incontro minacciandolo con un coltello così mio fratello impugnò la pistola gridandogli che se si fosse fatto avanti gli avrebbe sparato. Egli gli andò comunque contro e così mio fratello lo colpì – mentre gli gridava che non avrebbe più fatto soprusi a noi né tantomeno alla nostra amata madre – ferendolo a morte. Grazie alle testimonianze di parenti, amici e vicini, mio fratello riuscì ad avere una condanna di due anni che scontò in un carcere minorile. Finalmente arrivò un po’ di tranquillità; nonostante il terribile periodo trascorso, la mia famiglia e quella di mio padre si riunirono in più occasioni non per festeggiare, ma per stare insieme come un’unica famiglia, quella che in effetti ci sentivamo di essere.

Un anno dopo mi sono sposato con Paola, il mio amore, con la quale ero fidanzato da tempo e che subì le stesse angherie di mio padre. La tranquillità arrivò anche per noi due, passammo un periodo felice durante il quale Paola diede alla luce una bellissima bimba, Katia. Io stravedevo per lei e per la dolcissima moglie che adoravo. Un bellissimo periodo, spensierato, felice di essere marito e soprattutto padre, attento a non prendere le orme del mio. La mia Paola rimase di nuovo incinta, immaginate la nostra felicità, stava nascendo un’altra figlia. Purtroppo la felicità tanto agognata fu interrotta dal destino; a fine gestazione la bimba nacque morta e decidemmo di chiamarla Antonella. Per noi è stato difficile riprendere la serenità, ci facevamo forza entrambi ma dovevamo continuare la nostra vita.

Passammo oltre tredici anni insieme, uniti dal nostro amore ma il destino, beffardo e crudele, si prese la mia Paola. Il dolore subìto mi portò a rinunciare a vivere, per circa due anni ho smesso di sperare, era un periodo buio, mi sentivo inutile. Un tempo di sofferenza la cui unica consolazione era la mia amata figlia Katia alla quale sono sempre stato vicino.
In quel periodo, dopo il lavoro frequentavo un bar dove conobbi Teresa, una ragazza di circa quindici anni meno di me, con la quale ebbi fin da subito un bellissimo rapporto, tanto che cominciammo una frequentazione che la portò a diventare la mia compagna di vita.

Non avrei creduto di poter riavere una famiglia. Dopo qualche tempo, Teresa rimase incinta; io ero felice ma finita la gestazione il destino, ancora una volta crudele e demoniaco, gettò Teresa nella disperazione e nello sconforto più profondo perché la bambina nacque morta.

Per la seconda volta ho provato un dolore immenso; in memoria della prima bambina abbiamo deciso di darle il nome di Antonella. Altro tempo è passato, la mia Teresa si è dimostrata forte, standomi vicino e dandomi la forza di superare il dolore ricevuto. Dopo qualche anno è nata Michela. Da allora, per circa vent’anni, ho vissuto in tranquillità e felicità dedicandomi al lavoro e alla famiglia. La nostra Michela cresceva, sembrava tornata la serenità.

Nel frattempo, la mia prima figlia Katia si è sposata e, successivamente, mi ha fatto diventare nonno di due nipoti che adoro.
La mia felicità si è interrotta nel 2022 con l’arresto. La precaria condizione economica mi portò a dare il mio nome come responsabile legale di una società, percependo così uno stipendio mensile. Tuttavia, gli amministratori di fatto utilizzarono il mio nome per i loro loschi interessi e ne pagai le conseguenze. Dopo un periodo di detenzione domiciliare e carceraria, la mia pena è divenuta definitiva con
l’ingresso in questo istituto. Il destino crudele ha voluto che, in concomitanza con la mia carcerazione, la mia adorata figlia Michela è entrata in coma ed è stata ricoverata nel policlinico Gemelli di Roma dove, per merito di medici molto capaci che ringrazio e benedico, è stata riportata alla vita anche se dovrà affrontare un lungo percorso riabilitativo.

Per quanto mi riguarda affronto la detenzione a testa alta e, tramite il lavoro nel penitenziario, cerco di contribuire per il sostentamento economico e morale dei miei familiari. Ringrazio il Signore di avermi fatto nascere un uomo buono e diverso da mio padre.
Lo ringrazio ancora per avermi dato il mio angelo Teresa e lo prego di fare in modo che un suo angelo custode continui a posare lo sguardo su di me.

Pubblicato sul giornale della Casa circondariale di Velletri, “Voci di Ballatoio”, numero 5 –settembre 2025, scaricabile da qui: Voci di ballatoio n. 5 online (1)

I numeri di “Voci di ballatoio” finora usciti si trovano nel sito dell’associazione La Farfalla.