Il racconto di Claudio Capretti, volontario spirituale nella Casa Circondariale di Velletri: dal ricordo dei cancelli che si chiudono al potere delle parole che generano speranza
di Ruggiero F.

Come mai ha deciso di dedicarsi alle persone detenute?
Il tutto accadde quando il Vescovo della nostra Diocesi chiese a tutte le realtà ecclesiali di animare la liturgia domenicale nel carcere. In altre parole, e mio malgrado, mi trovai con le spalle al muro poiché, come responsabile del gruppo e unico suonatore di chitarra, fui costretto a partecipare. Ricordo molto bene che quella domenica, mentre entravo in galera con tutto il mio gruppo, dentro di me ripetevo soltanto una cosa: “Ma dove sono finito?”. Col cavolo che qui ci ritorno un’altra volta.
Quali erano le sue aspettative?
Ricordo che il giorno prima di iniziare questo nuovo servizio tornai a essere visitato dalla paura e così chiamai il mio padre spirituale per aiutarmi a disarmarla. Ma lui, dopo avermi ribadito che nella vita, per fare un po’ di bene, occorre sporcarsi le mani, mi disse di non preoccuparmi perché il giorno dopo avrei incontrato Cristo. Non obiettai per rispetto e cambiammo discorso, ma dubitai fortemente di quelle parole.
Sono state disattese le aspettative?
Devo confessarvi che vent’anni fa non era nei miei progetti vivere un’esperienza del genere, anzi, ero di tutt’altro avviso. Per quanto facessi vita di parrocchia, ogni volta che ascoltavo la Parola di Dio “Ero in carcere e mi avete visitato” (Mt. 25, 36), mi rimaneva difficile accettare che Cristo potesse scendere così in basso fino ad essere presente in un carcerato, ovvero in un individuo violento che aveva fatto del male. Difatti, anche il carcere è un luogo abitato da Dio.
Quale giovamento ha riscontrato in loro?
Chissà in quanti ci siamo trovati nella condizione di aver bisogno di una parola viva, vissuta e vera, che porta in sé il potere di farci rientrare in noi stessi e di rimetterci in cammino. L’esperienza del carcere mi ha aiutato a pesare e dosare le parole, scartando in partenza tutte quelle retoriche e sterili. Con il tempo ho imparato a dare risalto soprattutto a quelle parole che sono generatrici di speranza.
Intendo quelle parole che, in un modo o nell’altro, riconducono alla Parola di Dio. Inoltre, ho compreso che le parole hanno una sacralità tutta loro e riuscire a scegliere quelle giuste al momento giusto può davvero cambiare il cuore dell’uomo e, di conseguenza, quello dell’umanità. Nulla di più vero di questo, specie dentro un carcere, dove c’è un disperato bisogno di parole che aiutino l’uomo a tornare a sentirsi uomo.
Il suo primo giorno nel carcere.
Ciò che ti rimane impresso la prima volta che entri in un carcere è il rumore secco e violento dei cancelli che si chiudono alle tue spalle. È essenzialmente questo specifico aspetto a non farti dimenticare la particolarità del luogo che stai attraversando. Anche dopo aver svolto il servizio di volontario carcerario, il rumore dei cancelli continua a risuonare implacabilmente dentro di te e con esso anche le storie delle persone detenute che hai incontrato. Sembra che questo rumore sia l’unico e incontrastato signore di questo piccolo e discriminato luogo chiamato carcere. Un rumore che non ha bisogno di fare grandi discorsi perché quel colpo secco dice molto della tua vita.
Un pensiero in libertà.
Sono fermamente convinto che alla radice di molte scelte sbagliate non ci siano solo una serie di «interferenze esterne» che ci inducono a incamminarci su strade sbagliate. Alla radice c’è una sorta di “inquinamento del cuore”. Per cuore intendo: la sede dei sentimenti. Al tempo stesso, sono convinto che Dio abbia il potere di cambiare o “disinquinare” il nostro cuore mediante la fede, l’ascolto della Parola di Dio e l’avvicinamento ai sacramenti. Ecco allora che il tempo della detenzione non è solo un tempo di privazione della libertà, ma può divenire un tempo in cui la propria vita diventa un “cantiere” dove si ricostruisce la propria esistenza, iniziando a fare “solide fondamenta” su un “solido terreno”. Ognuno di noi, senza doppiezza di cuore, può essere una persona migliore che liberamente sceglie il bene. Tutto questo accade tramite l’incontro con Dio Padre, che ci ama in modo incondizionato.
Chi sono i volontari spirituali in carcere
I volontari spirituali in carcere sono persone, generalmente legate a comunità religiose (ma non solo cattoliche: ci sono cappellani e volontari di diverse confessioni), che offrono tempo e presenza all’interno degli istituti di pena per sostenere i detenuti sul piano religioso, umano e spirituale. Possono essere sacerdoti, diaconi, religiosi/e, laici credenti o membri di associazioni religiose.
Spesso collaborano con il cappellano del carcere o con associazioni riconosciute dal Ministero della Giustizia.
Cosa fanno
Animano la liturgia e i momenti di preghiera comunitari. Offrono ascolto personale e sostegno spirituale ai detenuti. Promuovono percorsi di riflessione, meditazione, lettura delle Scritture o attività formative a carattere religioso. Contribuiscono a creare spazi di dialogo e di speranza, aiutando
la persona detenuta a riscoprire dignità e valori interiori.
Ruolo specifico
Sono una parte del più ampio volontariato penitenziario, ma con una vocazione particolare: alimentare la dimensione spirituale, vista come strumento di rieducazione, riconciliazione e rinascita personale. Non sostituiscono gli operatori professionali (funzionari, psicologi, educatori), ma si affiancano a loro in un’ottica di umanizzazione della pena.
Pubblicato sul giornale della Casa circondariale di Velletri, “Voci di Ballatoio”, numero 5 –settembre 2025, scaricabile da qui: Voci di ballatoio n. 5 online (1)
I numeri di “Voci di ballatoio” finora usciti si trovano nel sito dell’associazione La Farfalla.