Raccontare solo il male significa alimentare diffidenza e paura: per costruire coesione servono esempi di speranza e cambiamento
di Emanuele C.

Nei telegiornali e nei talk show non si fa altro che parlare di disgrazie. Il pubblico sembra attratto in modo morboso dal sangue, dagli omicidi, dai fatti di cronaca nera che monopolizzano la programmazione. Accanto a qualche notizia di gossip, lo spazio per storie positive è quasi inesistente: quelle storie che, pur nascendo da esperienze difficili o dolorose, si trasformano in percorsi di rinascita e costruzione.
Eppure, esempi non mancano. Nel contesto penitenziario, ad esempio, ci sono persone che – dopo aver pagato i propri errori – hanno saputo reinventarsi, aprendo imprese, creando posti di lavoro, fondando associazioni di solidarietà. Sono storie di riscatto e di reinserimento nella società che potrebbero ispirare e restituire fiducia. Ma queste esperienze, ritenute forse “banali” da chi misura tutto in termini di audience, raramente trovano spazio in prima serata. La scena resta occupata da volti noti della cronaca nera televisiva, da opinionisti e criminologi che alimentano un clima cupo, contribuendo a dipingere la nostra come una società malata, quasi in agonia.
Eppure una società matura e vitale dovrebbe fare esattamente il contrario: dare risalto alle vicende che producono benessere, non solo economico, ma anche psicologico e sociale. Raccontare il male è necessario, certo, ma non dovrebbe diventare l’unico prisma attraverso cui guardare il mondo. La tradizione occidentale, nata anche da un pensiero cristiano che pone il bene al centro, ci ricorda che solo la valorizzazione del bene comune può generare coesione e rispetto reciproco.
La televisione, invece, insiste a ribadire che chi compie il male merita soltanto di essere escluso: il messaggio che passa è che il carcere è l’unico destino possibile. Non fa notizia, invece, chi dopo aver scontato la pena cerca di ricostruirsi, pentendosi dei propri errori e scegliendo di rispettare il patto sociale. Forse perché storie del genere risvegliano sentimenti di solidarietà che incrinano il pregiudizio secondo cui “chi ha sbagliato una volta sbaglierà sempre”.
L’esempio di Mirko
Un esempio emblematico è quello di Mirko Frezza, ex detenuto che si è riscattato e reinserito con successo nella società. Dopo aver conosciuto il carcere, Mirko ha intrapreso un percorso di rinascita che lo ha portato a lavorare nel cinema e in serie televisive importanti, oltre a partecipare al Grande Fratello. Non solo: ha rilevato un ex centro sociale in rovina e, con l’aiuto di volontari e associazioni, lo ha trasformato in un punto di sostegno per chi vive in difficoltà, distribuendo cibo avanzato da alcune mense e offrendo
un rifugio a chi non ha alternative. Della sua vicenda si è parlato grazie alla sensibilità di Domenico Iannacone nella trasmissione Che ci faccio qui. Ma esperienze come la sua dovrebbero diventare patrimonio condiviso e visibile, non apparire come eccezioni confinate in programmi di nicchia.
La televisione pubblica, in particolare, avrebbe il dovere di raccontarle con continuità, mostrando che il cambiamento è possibile, che la dignità si può riconquistare, che dal male può nascere il bene. Forse non tutte le storie di riscatto hanno un lieto fine, ma il semplice fatto che esistano ci obbliga a guardare la realtà con occhi diversi. E questo è l’unico modo per costruire davvero una società meno diffidente, più giusta e capace di offrire nuove possibilità a chi ha avuto la forza di rialzarsi.
Pubblicato sul giornale della Casa circondariale di Velletri, “Voci di Ballatoio”, numero 5 –settembre 2025, scaricabile da qui: Voci di ballatoio n. 5 online (1)
I numeri di “Voci di ballatoio” finora usciti si trovano nel sito dell’associazione La Farfalla.