Care amiche e cari amici,
questa esperienza finisce qui. La proroga che il Consiglio regionale ha voluto fissare al mio incarico di Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale del Lazio, in vista della sua deliberazione su chi dovrà succedermi, scade oggi (martedì 20 ottobre, ndr), e dunque da domani quello che è stato il mio ufficio resterà in stand-by, in attesa del nuovo garante.
Si sarebbe potuto, anzi: si sarebbe dovuto fare diversamente, consentendo al garante uscente l’esercizio delle funzioni fino all’insediamento del nuovo, così come è stato per il garante nazionale tra il 2022 e il 2023, così come è previsto in altre leggi regionali, come quelle del Piemonte e della Puglia, in virtù di un principio autoevidente secondo cui un organo pubblico di garanzia non può sospendere la sua attività, ma ormai la frittata è fatta e da domani nessuno potrà più rispondere a nome del garante alle istanze, alle lettere e ai reclami delle persone private della libertà, dei loro familiari e dei loro avvocati, e il garante non potrà più esprimere il proprio parere sui procedimenti legislativi e amministrativi di competenza. Suppliranno, come possono e come sanno, almeno nei confronti delle persone detenute, dei loro cari e dei loro avvocati, i garanti comunali di Roma e di Civitavecchia e il garante nazionale.
La speranza è che la supplenza duri poco: nel mese di giugno è stato fatto un primo bando per la raccolta delle candidature al ruolo di garante regionale per il Lazio, riaperto nel mese di agosto, e ne sono pervenute ben ventitré, tra cui alcune di eccezionale qualificazione nella promozione e nella tutela delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. Nel congedarmi, non mi resta che chiedere al Consiglio di mettere al più presto all’ordine del giorno l’elezione degli organi di garanzia vacanti (con il garante dei detenuti, il difensore civico e i garanti dell’infanzia e degli anziani), in modo da evitare una lunga interruzione di attività, nociva per le persone interessate e per la credibilità stessa dell’istituzione.
Ciò detto, per fatto quasi personale, mi permetto solo due considerazioni su quel che lascio dopo dieci anni di lavoro da garante. Non ripeterò quanto è già nella mia relazione annuale di fine mandato, sia nella sua versione scritta, sia nella sua presentazione fatta in Consiglio regionale il 31 luglio scorso: chi vorrà, potrà andaresele a rileggere. Aggiungo solo due considerazioni su quel che ho trovato e quel che lascio dopo dieci anni.
Dieci anni fa chiudevano gli ospedali psichiatrici giudiziari, luoghi di «estremo orrore, indegno di un paese appena civile» come ebbe a dire il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, veniva costituito il primo collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà ed eravamo nel pieno degli Stati generali dell’esecuzione penale, promossi dal Ministro Orlando all’indomani della condanna europea per il caso Torregiani. Le misure adottate per rientrare dal sovraffollamento strutturale avevano prodotto i loro risultati e tutto il mondo penitenziario era coinvolto in un processo di reinvenzione e riforma del sistema dell’esecuzione penale. Grandi speranze, rimaste in gran parte deluse all’atto dell’adozione da parte del Governo dei decreti legislativi che avrebbero dovuto coronare quello sforzo collettivo, unanimemente giudicate minimali e insufficienti.
Purtroppo già allora si erano riaffacciati sulla scena pubblica imprenditori politici della paura che alimentano una rappresentazione del carcere come di un campo di battaglia tra guardie e ladri. La pandemia da Covid-19 avrebbe potuto cambiare le nostre menti e le nostre politiche, aprendoci alla responsabilità verso l’altro e a politiche di presa in carico delle fragilità sociali che riempiono i luoghi di privazione della libertà. Invece, prima le chiusure obbligate dalle circostanze, poi la rimozione di quella tragica esperienza ci hanno portato a una ideologia securitaria che ha fatto della chiusura del carcere all’esterno e al suo interno il principio guida di una involuzione dell’intero sistema che è sotto gli occhi di tutti. Il sovraffollamento è ricominciato a correre e, con esso, la duplice violazione dei principi costituzionali in materia di esecuzione penale: il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità e la finalità rieducativa della pena.
Ma la storia non ha fine e potrà rivolgersi ancora una volta in direzione contraria, verso il pieno rispetto dei principi costituzionali, magari più e meglio di quanto non fosse in passato. A questo continuerò a dedicare gran parte del mio tempo, da semplice cittadino, come è giusto che sia dopo dieci anni di responsabilità istituzionali.
Buona fortuna a chi ci ha seguito fin qui, a chi ci succederà e a tutte e tutti noi!
Stefano Anastasìa