In carcere, ciò che tiene viva la speranza è essere davvero ascoltati
di Emanuel M.

Che differenza c’è tra sentire e ascoltare? O tra guardare e vedere? Ascoltare significa davvero accogliere ciò che l’altro ti dice: significa memorizzarlo, non dimenticarlo, perché in quelle parole si ritrovano le stesse sensazioni che tu stesso provi. Sentire, invece, è un’altra cosa: è
quando chi hai di fronte fa finta di capire, annuisce come se fosse d’accordo, ma appena gira l’angolo o esce dalla stanza ha già dimenticato tutto.
Lo stesso vale per guardare e vedere. Vedere è trovarsi davanti a una persona per caso o per necessità, ma senza coinvolgimento, con indifferenza. Guardare, invece, vuol dire osservare davvero: non soffermarsi su come l’altro è vestito o se appare curato, ma leggere nei suoi occhi se è triste o felice. Purtroppo, non tutti sono in grado di farlo.
Per noi detenuti, essere ascoltati è fondamentale: è ciò che tiene viva la speranza. Ci capita spesso di parlare con molte persone che entrano nell’istituto per lavoro, con l’incarico di interagire con noi. Noi parliamo convinti che ci ascoltino, li vediamo annuire, ci salutano… ma alla fine, per noi, non cambia nulla. E allora ci sembra che, di tutto quello che abbiamo detto, resti soltanto il silenzio. È lì che il mondo ci cade addosso.
Il carcere è un ambiente particolare. C’è chi ha sbagliato per necessità, chi per inseguire un tenore di vita che l’onestà
non gli avrebbe mai concesso, chi per un passato burrascoso non ha saputo fare altro che commettere reati. Ma in ogni caso, c’è anche chi ha compreso che sbagliare porta conseguenze e che, prima o poi, arriva il momento di pagare un conto salato. Più salato di quanto ci si aspettasse. In istituto ci vengono proposte attività: lavoro, socialità, corsi di ogni genere, tutto pensato per dimostrare che stiamo cambiando in vista di un futuro reinserimento. È un percorso utile, che ci permette anche di sperare in uno sconto di pena o in misure alternative, opportunità preziose per dimostrare il nostro cambiamento e tornare un giorno alla libertà. Ma alla fine, il nostro desiderio più grande – credo quello di tutti noi – è semplice: vogliamo essere ascoltati, e non soltanto sentiti
Pubblicato sul giornale della Casa circondariale di Velletri, “Voci di Ballatoio”, numero 5 –settembre 2025, scaricabile da qui: Voci di ballatoio n. 5 online (1)
I numeri di “Voci di ballatoio” finora usciti si trovano nel sito dell’associazione La Farfalla.