L’introduzione delle stanze dell’affettività rappresenta una svolta significativa nel panorama penitenziario nazionale. A gennaio 2024, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il divieto assoluto di relazioni affettive in carcere, riconoscendo il diritto di ogni persona detenuta a coltivare legami affettivi e familiari. Da allora, è iniziato un percorso di sperimentazione in diversi istituti del Paese. Le prime stanze dell’affettività sono state inaugurate in strutture come la Casa circondariale di Padova e l’istituto Lorusso e Cutugno di Torino, dove il progetto è già operativo e regolamentato. L’accesso a questi spazi è subordinato a specifici criteri, non è previsto per i detenuti in regime di 41-bis o per chi abbia commesso infrazioni disciplinari. Non tutte le carceri italiane dispongono ancora di questi ambienti: la diffusione è graduale e varia da regione a regione, ma l’obiettivo condiviso è quello di estendere il modello a tutto il sistema penitenziario, in coerenza con i principi di umanità, dignità e reinserimento sociale sanciti dall’Ordinamento Penitenziario.
La stanza dell’affettività (ma a modo mio)
di Tommaso A.
Mi sveglio in quella data fissata per l’incontro. Mi faccio bello, mi sistemo, mi profumo e via! Sì, vado. Vado in quella stanza, appena sono chiamato al megafono: “A. a colloquio!”. Scendo quelle scale con un sorriso di vittoria e con un senso di vita unico. Faccio quel corridoio lungo almeno duecento passi, ma ne impiego sessanta al massimo, e penso: “Sì, e andiamo!”. È fatta. Arrivo al mio colloquio in questa stanza rosa, di cui non so come sia fatta, né cosa troverò, né cosa accadrà. Ma una cosa è certa: trovo chi amo. AAAALLLLTTTT!!!!!!!
Non è per niente vero, e inizio a spiegarvelo così — non per criticare, né per sentirmi superiore, ma per consapevolezza.
Tra l’amore e un incontro qui dentro c’è un filo sottilissimo, che può facilmente essere frainteso. Chi ha i miei stessi principi e valori può rimanere disgustato al solo pensiero di far sapere a tutti i detenuti che la persona amata sta preparando un incontro intimo. L’incontro tanto desiderato non significa esclusivamente un approccio amoroso: la certezza e la fiducia nella persona a
noi cara non devono essere messe in discussione. Lei affronta le tante conseguenze derivanti dalla nostra assenza, facendo emergere, dalla nostra unione, la forza di superare questo periodo buio.
Questo tipo di incontro può essere intimo e di piacere, ma anche tenero e dolce. Io, personalmente, non accetterei mai che qualcuno possa fare “chiacchiere” su di noi — su quello che faremmo una volta lì, o su ciò che proviamo l’uno per l’altra. Non siamo tutti uguali, e i limiti della mia sopportazione su questo argomento sono molto sottili. Posso solo dire che, sia per il rispetto che nutro verso la persona che amo, sia perché lei stessa penserebbe: “Ecco fatto, stavolta è diventato scemo!”, non richiederei mai questo tipo di incontro. Per me sarebbe come uno “sputo” in faccia datomi da solo.
Chiudo dicendo che, per il mio modo di essere, le parole che ho usato per commentare questo progetto della stanza rosa sono forse anche troppe. Spero che nessuno si offenda per questo.
*Pubblicato sul giornale della Casa circondariale di Velletri, “Voci di Ballatoio”, numero 6–settembre 2025, scaricabile da qui: Voci di ballatoio n.6_online (1)
I numeri di “Voci di ballatoio” finora usciti si trovano nel sito dell’associazione La Farfalla.