di Stefano Anastasìa*
E dunque siamo tornati a metro, squadra e livella: quando altro non si sa fare, in Italia si finisce sempre lì. Stiamo di nuovo a contare i metri quadri, a sottrarre gli arredi inamovibili, a verificare le ore di aperture delle camere, per capire se il modello sardina perseguito più o meno scientemente dal Governo e dalla sua silente amministrazione penitenziaria rispetta i parametri di dignità imposti dalla Corte europea dei diritti umani. A dieci anni dalla chiusura della procedura pilota imposta dalla sentenza Torregiani siamo di nuovo lì. Non sono bastate le misure temporanee (la liberazione anticipata speciale) e permanenti (messa alla prova, limiti alla custodia cautelare in carcere, ampliamento delle possibilità di accesso alle alternative) adottate in quella contingenza, né l’allarme per l’affollamento in pandemia di qualche anno dopo, il populismo penale coltivato da molti e il panpenalismo dell’attuale maggioranza di governo non poteva che replicare la situazione del 2013 (quando l’Italia fu condannata per il caso Torreggiani), aggravandola nella tendenza: allora, nel 2013, la soglia dei 63mila detenuti fu toccata in discesa, perché l’Italia era già stata condannata nel caso Suleijmanovic (2009) e il Governo Berlusconi aveva già adottato la legge 199/2010 (la cd. detenzione domiciliare speciale intestata al ministro Alfano), e dunque la popolazione detenuta era in calo dal massimo di 67mila raggiunto appunto nel 2010; ora, invece, la popolazione detenuta arriva a 64mila detenuti in crescita (8mila detenuti in più dall’inizio della legislatura e dall’insediamento di questo governo), con una tendenza aperta a nuove violazioni.
Nonostante ripetute sollecitazioni di garanti e associazioni, magistratura e avvocatura, il Governo fin qui (cioè fin quasi alla fine del suo mandato) si è limitato a favoleggiare di nuove carceri e nuovi luoghi di detenzione per tossicodipendenti e non, e ad annunciare interventi sulla custodia cautelare che nulla hanno a che fare con la popolazione detenuta, considerato che per migranti e cittadini autori di piccoli reati di strada (la gran parte delle persone in attesa di giudizio in carcere) la presunzione d’innocenza non è neanche presa in considerazione. Del resto i numeri sono lì a dirci che a fine 2025 i detenuti in attesa di giudizio erano 15.326, mentre a fine 2022, quando l’attuale governo è entrato in carica erano 15.633. E’ stato lo stesso Ministro Nordio, rispondendo a una interrogazione dell’on. Benzoni, a dare i numeri del piano edilizio per le carceri: 793 posti nel primo trimestre del 2026. Peccato che dovevano essere 10mila entro il 2027, che nello stesso trimestre i posti regolamentari effettivamente disponibili siano aumentati di solo 272 unità (gli altri nuovi posti saranno stati annullati da altrettanti posti non più agibili), che da quando si è insediato il Commissario straordinario di governo per l’edilizia penitenziaria i posti regolamentari effettivamente disponibili siano diminuiti di 494 unità, che nel frattempo i detenuti siano aumentati di 2595 unità. E non ci dilunghiamo oltre sulle strutture residenziali per detenuti tossicodipendenti e non: se ne parla da tre anni e solo due settimane fa il Ministro ha presentato il bando per l’accreditamento di quelle previste nel decreto-legge del 2024, mentre al Senato si sta discutendo di quelle specifiche per tossicodipendenti: dell’efficacia delle une e delle altre darà conto, se va bene, il prossimo governo.
Non resta, dunque, che affidarsi al contenzioso giudiziario, per quanto impervio e selettivo esso sia: quanti detenuti sanno di poter contestare la detenzione contraria al senso di umanità grazie al reclamo ex art. 35ter dell’ordinamento penitenziario previsto come rimedio interno dopo la sentenza Torreggiani? Quanti sono in grado di farlo con cognizione di causa o un’adeguata assistenza legale? Quanti possono permettersi di contestare una decisione contraria del magistrato, del tribunale di sorveglianza o della Cassazione, e magari andare di nuovo fino a Strasburgo? La nostra, non si dimentichi, è giustizia ingiusta non solo e non tanto per le previsioni generali e astratte, ma per la cecità nei confronti delle condizioni personali e sociali di chi ci finisce dentro.
Ciò nonostante, nel 2025 11.900 detenuti hanno fatto reclamo ex art. 35ter, 560 in più di quanti lo avevano fatto nel 2024, 2.426 più che nel 2023. E aumentano pure gli accoglimenti, sia in termini assoluti (6.539 nel 2025) che percentuali (79,33%). Potremmo starci, se non fosse che alle disuguaglianze sociali, di accesso alla giustizia, si aggiungono quelle territoriali, di organizzazione degli uffici giudiziari, di cultura giuridica e di orientamento interpretativo dei giudici di merito e dei tribunali di sorveglianza. Solo per fare un esempio, che anticipo dalla mia prossima relazione annuale al Consiglio regionale del Lazio, presso l’Ufficio di sorveglianza di Roma all’inizio del 2025 erano pendenti 698 reclami ex art. 35ter, cui nel corso dell’anno se ne sono aggiunti 478. Di un totale di 1.176 reclami pendenti o sopravvenuti, nel corso dell’anno ne sono stati definiti solo 188, il 16% ca., mentre nello stesso periodo, a livello nazionale, ne sono stati definiti almeno il 69% (6.539 accolti, 1704 rigettati). E già questo è un problema. Cui si aggiunge l’orientamento prevalente nelle decisioni: se a livello nazionale, come abbiamo detto, nel 2025 il rapporto tra reclami accolti e reclami rigettati è stato di 4 a 1, a Roma il rapporto è stato di 3 a 2 (73 accolti, 46 rigettati). I numeri ci dicono che nel Lazio le condizioni di sovraffollamento non sono migliori che nel resto d’Italia, anzi: il tasso di affollamento sui posti regolamentari effettivamente disponibili al 30 aprile scorso era del 146%, mentre quello nazionale era al 139%, e solo Lombardia e Puglia, tra le grandi regioni, avevano un tasso di affollamento superiore a quello del Lazio.
E’ evidente, quindi, che siamo in presenza di un difetto di organizzazione, desumibile dal basso numero di reclami definiti, e di un orientamento apparentemente più restrittivo nelle decisioni di merito, che certo potrà essere corretto in Cassazione, ma a pena di ricorsi che molti detenuti non sono in grado di fare in tempo utile e con l’adeguata assistenza legale.
Recentemente Gianni Alemanno e Fabio Falbo, nella loro meritoria opera di informazione sulle condizioni di detenzione nella casa circondariale di Rebibbia nuovo complesso hanno chiamato in causa l’applicativo ministeriale sulla base del quale sono rilevati gli spazi a disposizione dei detenuti, se superiori o inferiori a quanto prescritto dalla Corte europea dei diritti umani e acquisito dalla Corte di cassazione. Personalmente non ho le competenze per pronunciarmi sui rilievi tecnici da loro sollevati, né conosco le fonti delle informazioni riversate nell’applicativo, se tengono conto di tutte le variabili prospettate dalla giurisprudenza (superficie calpestabile, regime di apertura delle camere detentive, ecc.) e se sono aggiornate tempestivamente riguardo alle loro modificazioni strutturali e di uso. Certo è che, mi sono permesso di segnalare alla Presidente del Tribunale di sorveglianza di Roma già nel settembre scorso, il giudice non può limitarsi ad acquisire le informazioni prodotte dalla parte chiamata in causa (“oste, è buono il vino qui da voi?”) e deve sincerarsi personalmente, se del caso avvalendosi di una perizia tecnica, della effettività degli spazi e delle condizioni detentive. Non so se questa mia raccomandazione sia stata presa in considerazione, e in qual misura, negli ultimi giudicati in materia, ma certo questo come altri distretti non possono rimanere isolati da un processo di verità e giustizia che sta smascherando i danni e le inadempienze di una politica penale e penitenziaria indifferente alla dignità delle persone detenute.
* Articolo pubblicato nel n. 60 di giugno 2026 di “Voci di dentro”, periodico di cultura, attualità, approfondimento realizzato con i detenuti delle case circondariali di Chieti e Pescara, e con i contributi provenienti da altre carceri.