“Parole prigioniere” ovvero il vocabolario dell’istituzione carceraria

di Stefano Anastasìa*

Ogni istituzione sociale produce il suo vocabolario, e il carcere è una istituzione sociale, con il suo vocabolario. In quel vocabolario, nelle parole prigioniere che Maria Brucale, complice Francesca de Carolis, ci ha voluto donare, c’è la storia del carcere e il suo presente: la sua realtà, al di là delle forme, o attraverso di esse (“Trattamento”, “traduzione”, “ordine e sicurezza”, per esempio, sono lì, proprio nell’ordinamento penitenziario, e dicono ancora il contrario di quello che la sua legge costitutiva voleva dire).

La lingua è terreno di pratiche e di conflitti, perché il modo di nominare le cose (e le persone!) è costituito da pratiche e conflitti, e a sua volta costituisce cose e persone, le fa corrispondere alle sue definizioni. E’ il potere performativo della parola. Il carcere è quello che è descritto dal suo vocabolario.

Anni fa un capo dell’amministrazione penitenziaria fedele alla Costituzione tentò una riscrittura delle parole del carcere, o almeno delle più infamanti, quelle che tradivano più chiaramente l’illegittima funzione degradante del carcere: ammirevole aspirazione illuminista di cambiar le cose con le parole. Il tempo e le pratiche, però, sono andate in un’altra direzione, e le vecchie, biasimate parole sono rimaste lì, a dire la verità di un carcere che si contenta di punire e subordinare.

Verrà il tempo di parole nuove, quando verrà il tempo di un altro modo di rendere giustizia.

Postfazione alla pubblicazione “Parole prigioniere” di Maria Brucale, scaricabile da qui: brucale_maria_-_parole_prigioniere