La cultura della cucina, degli affetti e della memoria nel carcere di Rebibbia

Presentate le "Ricette in libertà" di alcuni detenuti della Casa circondariale: l'iniziativa rientra nell'ambito dei progetti di terza missione di Unitelma Sapienza
L'intervento del Garante Anastasìa,

“Non credo che l’articolo 27 della Costituzione sia una responsabilità attribuita dai costituenti al solo ministero della Giustizia, un’entità autarchica nel centro di Roma, bensì attribuisce a tutti noi una responsabilità repubblicana. Non si persegue la finalità rieducativa della pena, cioè non si riesce a far sì che tutte le persone che entrino per qualsiasi ragione nell’esecuzione penale abbiano l’aspettativa di uscirne in condizioni di autonomia e legalità, di poter vivere fuori la propria vita, a partire dalla proprie competenze, risorse, capacità, se non si mettono in moto le energie di tutte le istituzioni, pubbliche e private, ma anche dei singoli cittadini.”.

Così il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, nel corso dell’evento conclusivo del progetto di terza missione, “Ricette in Libertà. La cultura della cucina degli affetti e della memoria nel carcere”, che si è svolto mercoledì 11 marzo nel teatro della Casa circondariale di Rebibbia.

“E’ la responsabilità repubblicana dell’articolo 27 della Costituzione – ha proseguito Anastasìa -, a far sì che un gruppo di ricerca di un’università sviluppi un’iniziativa come quella di oggi e una fondazione decida di sostenerla. E’ significativo che questo progetto sia stato pensato intorno alla cucina, come spazio fisico, luogo di incontro, di discussione e di conoscenza reciproca, e la cucina come prodotto culturale. Questa è un’opportunità fondamentale per chi è costretto qui dentro, perché la condizione detentiva è una condizione di privazioni, non solo di libertà degli scambi, di riduzione degli affetti, in cui rischiano di rimanere mortificati i sentimenti, la capacità di esprimere la propria cultura, il proprio sapere, le proprie conoscenze. Avere delle occasioni per esprimerle, in cui si possa esprimere se stessi, cioè il proprio modo di cucinare, di stare insieme agli altri, è qualcosa che rende importante un’esperienza come questa come questa, che limita i rischi che una vita qua dentro può comportare e restituisce fiducia in se stessi e nelle proprie capacità”.

La copertina della raccolta di ricette dei detenuti di Rebibbia Nuovo complesso.

 L’iniziativa rientra nell’ambito dei progetti di terza missione del Dipartimento di diritto e società digitale di Unitelma Sapienza ed è stata realizzata dal gruppo di ricerca della cattedra Unesco sul Patrimonio culturale immateriale e diritto comparato, coordinato dal professor Pier Luigi Petrillo e da Tommaso Amico di Meane, in collaborazione con la Fondazione Severino onlus e la content creator Sofia Fabiani (il cui profilo Instagram “@cucinare_stanca” è seguito da 572 mila persone).

L’incontro è stato aperto dalla direttrice reggente dell’istituto penitenziario, Maria Donata Iannantuono, dal magnifico rettore di Unitelma Sapienza, Bruno Botta, dal direttore del dipartimento, Mario Carta, e ha visto gli interventi, oltre che del Garante Anastasia, della direttrice della Fondazione Severino, Eleonora Di Benedetto, del direttore della Cattedra Unesco, Pier Luigi Petrillo, della content creator Sofia Fabiani.

Il progetto ha coinvolto un gruppo di detenuti della sezione maschile del carcere di Rebibbia, provenienti da diverse parti del mondo, che hanno potuto riscoprire le proprie origini culturali tramite la cucina e rievocare emozioni e ricordi del proprio passato tramite il racconto e la realizzazione delle ricette a loro care. Ciascun detenuto è stato coinvolto, così, in un processo di consapevolezza del valore della cucina come fenomeno collettivo e di condivisione, dimostrando come, grazie alla riscoperta del cibo identitario, sia possibile superare ogni barriera linguistica, religiosa, sociale e acquisire attimi di libertà perfino per chi vive una condizione carceraria. Il cibo, quindi, come fonte di vita, di condivisione, di veicolo di trasmissione di culture diverse.

L’evento è stata l’occasione per presentare i risultati raggiunti, raccolti in un ricettario scritto insieme ai detenuti, nonché una preziosa opportunità per riflettere sull’importanza di attività che facciano emergere la dimensione individuale e identitaria all’interno del contesto penitenziario.