Dicembre 2024, dal tormento dell’attesa al coraggio di affrontare la pena: il racconto di un cammino difficile, ma necessario
di Rachid Y.

I primi di dicembre, non ricordo il giorno esatto, mi chiamò il mio avvocato per informarmi che nel terzo grado di giudizio (in Cassazione) mi erano stati confermati 6 anni e 10 mesi di condanna per un reato a me imputato nel 2020. La sentenza era ormai definitiva. Avrei dovuto attendere la notifica, presso le autorità giudiziarie, dell’ordine di esecuzione della pena. Fino ad allora restavo a piede libero. Approfittai di questa possibilità per recarmi dal mio avvocato: volevo consigli su come comportarmi e dove consegnarmi. Mi suggerì di presentarmi in istituti di pena piccoli,
perché, con meno detenuti, si sarei stato seguito meglio. Tra questi c’era il carcere di Avezzano, in Abruzzo, con una capienza di circa 60-70 detenuti. Avrei però dovuto attendere la notifica dell’ordine di esecuzione, perché senza quella avrei potuto correre il rischio di non essere accettato.
Ero confuso e molto teso: l’ansia per quell’evento scabroso prese il sopravvento. Decisi di tornare a casa, ma girovagavo oppresso dal pensiero e dalla paura di rimanere chiuso solo tra quattro mura. È stato un brutto periodo: stavo prendendo una cattiva piega, non rientravo la sera, dormivo da amici sempre diversi per evitare che le forze dell’ordine venissero a prelevarmi davanti a mia madre o alla mia compagna. Quest’ultima era molto preoccupata: mi vedeva lasciarmi andare, schiacciato dall’attesa.
I carabinieri ancora non si erano presentati. Una mattina, tra il 12 e il 15 dicembre (non ricordo il giorno esatto), preparai i vestiti e poche cose da portare. Mi feci forza e acquistai il biglietto del treno per Avezzano. L’attesa era diventata un’agonia: dovevo tranquillizzare la mia famiglia, la mia compagna, ma soprattutto me stesso. Essere ricercato non sarebbe stata una bella cosa. Dovevo pagare il mio debito con la giustizia e iniziare il percorso detentivo al quale non sarei potuto sfuggire. Ero pronto, ma il destino ci mise lo zampino. Arrivato a Termini, trovai lo sciopero dei treni! Avrei potuto chiedere a un amico di accompagnarmi in auto, ma credetemi: in quella situazione, con la valigia in mano, chiamare qualcuno per farsi portarein carcere a scontare una pena di 6 anni e 10 mesi non era affatto facile. Così decisi di rimandare, consapevole di allungare solo l’attesa.
Il 17 dicembre chiamai la mia compagna e le dissi che sarei andato da lei, affrontando il rischio che le autorità potessero presentarsi alla sua porta. Andai, parlammo, e lei mi chiese cosa intendessi fare. Le dissi che sarei rimasto con lei tutto il giorno e che il mattino successivo avrei ricomprato il biglietto per Avezzano. Se lei mi avesse accompagnato alla stazione, sarei partito per consegnarmi. A quel punto ci saremmo rilassati entrambi. Sembrava un paradosso, ma non vedevo l’ora che arrivasse il giorno dopo. Preparammo le cose necessarie e andammo a dormire. La mattina successiva, dopo un caffè e un cornetto, l’agitazione mi travolse: corsi a rigettare la colazione. Ero già stato detenuto e sapevo cosa mi aspettava: per questo l’ansia vinceva. All’improvviso squillò il cellulare. Risposi: era la Polizia di Ostia Lido che mi chiedeva di presentarmi per una notifica. Presumevo fosse quella che stavo aspettando. Presi appuntamento per il giorno
successivo: non volevo diventare latitante, ma neppure consegnarmi negli istituti del Lazio.
Cercavo il mio avvocato per confermare se l’ordine di esecuzione fosse arrivato anche a lui, ma non rispondeva. Con un respiro profondo chiesi alla mia compagna di accompagnarmi a Termini. Ero teso come una corda di violino, con tremila pensieri per la testa. La guardai negli occhi, l’abbracciai forte senza parlare: un abbraccio profondo, pieno d’amore, che mi diede una forza immensa, un’energia che non avevo mai sentito. Chimica pura. Quanto la amo. Solo quel gesto bastò a rilassarmi, alleviando l’ansia.
Salito sul treno, arrivai alla stazione di Avezzano intorno alle 16.00. Dal treno al carcere ci sarebbero voluti circa venti minuti a piedi, ma a me sembrarono un’eternità. Più mi avvicinavo, più aumentava la tachicardia. Mi fermai in un bar, ordinai una birra, poi altre tre. Non ero ubriaco, ma rilassato: ormai ero lì, a pochi minuti dal carcere.
Arrivato di fronte all’istituto, che più che un carcere sembrava un convento – piccolo, come descritto dal mio avvocato – suonai al citofono. Mi chiesero il motivo e risposi che volevo consegnarmi per una condanna definitiva da scontare. Mi fecero entrare, mi accompagnarono in ufficio, presero le generalità e iniziarono gli accertamenti. Mi chiesero perché avessi scelto Avezzano e non il carcere di Velletri, quello di mia competenza. Risposi che era stato il consiglio del mio avvocato: in un istituto piccolo si è seguiti meglio. Chiesi poi se potessero avvertire la mia compagna del mio arrivo: lo fecero con gentilezza.
Seguì il rito della perquisizione, la visita medica, la lunga attesa e infine la visita psichiatrica con il modulo sul rischio suicidi. Non vedevo l’ora di andare in cella. Mi portarono all’isolamento come nuovo giunto. Lì c’erano altri due ragazzi: ci presentammo, mi aiutarono a sistemare le cose, mi offrirono da mangiare o un caffè. Li ringraziai, ma dissi che volevo solo dormire.
La mattina dopo, al risveglio, per un attimo credetti di aver fatto un brutto sogno. Ma era la dura realtà. Mi feci coraggio, respirai profondamente e iniziai questo nuovo percorso. Non essendo nuovo all’esperienza carceraria, mi attivai subito con le domandine per telefonate, colloqui e tutto ciò che poteva servirmi. Chiamai l’avvocato per dirgli che ero arrivato ad Avezzano, ma sapevamo entrambi che l’ombra del trasferimento aleggiava sempre.
Infatti, il 7 gennaio 2025 mi trasferirono: ora sono a Velletri, proprio dove non volevo essere. Da come me lo avevano raccontato pensavo che sarei stato lasciato allo stato brado, invece, per quanto possibile, gli operatori di questo penitenziario cercano di aiutare. Certo, siamo in tanti e questo è un problema, ma ci sono anche molte attività e corsi. Bisogna avere pazienza. Io ho iniziato questo percorso e spero che, questa volta, con l’aiuto di Dio, riuscirò ad affrontarlo con un’altra testa.
Pubblicato sul giornale della Casa circondariale di Velletri, “Voci di Ballatoio”, numero 5 –settembre 2025, scaricabile da qui: Voci di ballatoio n. 5 online (1)
I numeri di “Voci di ballatoio” finora usciti si trovano nel sito dell’associazione La Farfalla.