Io, medico ceceno in carcere a Velletri, ho difficoltà a farmi capire

Mi chiamo Aslan,

sono nato nell’ottobre del 1982 in un piccolo villaggio chiamato “Gorny”, nella Repubblica Cecena. La mia infanzia è stata come quella di tutti i bambini nati nell’URSS. Avevo due fratelli e due sorelle. Mio padre era un soldato e mia madre un medico. Ho studiato per diventare medico e tutto andava alla grande. Più tardi ho incontrato una ragazza e abbiamo avuto dei figli: una femmina e due maschi.

Sfortunatamente, nel 2016 ci fu un’esplosione e tutta la mia famiglia morì. Dopodiché mi sono trasferito in Germania e ho iniziato a lavorare nella mia specializzazione come medico. Nel 2017 un mio amico mi ha invitato a fargli visita in Italia. Ho trascorso con lui circa due settimane, poi sono tornato in Germania. Da allora sono passati nove anni.
La notte della fine dell’anno 2024, dopo la mezzanotte, quindi il 1 gennaio 2025, mentre guidavo la polizia mi fermò per control lare i miei documenti. Durante il controllo dei documenti è emerso che ero ricercato dall’Interpol. Di conseguenza fui arrestato e ho trascorso un anno in una prigione tedesca, poi sono stato estradato in Italia.

Arrivato in Italia, sono stato trasferito nel Carcere Circondariale di Velletri. La prima impressione è stata molto strana. Nell’istituto l’amministrazione e il personale penitenziario non parlavano la mia lingua, tantomeno la lingua inglese, al massimo qualche parola.

Questo per me era un problema: la mia comunicazione era possibile solo attraverso il linguaggio dei segni. Inizialmente alcuni membri del personale carcerario si rifiutarono di parlarmi, fingendo di non riuscire a capirmi. Ho provato a cercare un dizionario italiano-russo nella biblioteca dell’istituto, ma non c’era. Ho cercato di sapere se ci fosse una scuola per imparare l’italiano, ma non sono riuscito a trovare le indicazioni giuste e non è stato possibile.

Divenne quindi chiaro che, senza la conoscenza della lingua italiana, era impossibile condurre una vita sociale e comunicare con loro in questa istituzione. Ringrazio l’Onnipotente perché tra i detenuti ho trovato persone che mi hanno aiutato a comunicare con l’amministrazione carceraria. Se non ci fossero state queste persone, vivrei qui come se fossi su un’isola deserta.
Non posso sapere cosa succederà nel futuro, ma spero sinceramente che le cose vadano per il meglio. Spero tanto che questo incubo finisca presto

*Pubblicata sul giornale della Casa circondariale di Velletri, “Voci di Ballatoio”, numero 8–aprile 2026, scaricabile da qui: Voci-di-ballatoio-n.8_online

I numeri di “Voci di ballatoio” finora usciti si trovano nel sito dell’associazione La Farfalla.