«Il carcere è l’unica istituzione dello Stato che non può dire di no. E quindi quando c’è qualcuno che ha fatto il giro di tutte le istituzioni che non funzionano o funzionano male nel nostro paese, alla fine questo qualcuno finisce in carcere, dove si accolgono le persone che dormono per strada, persone che hanno problemi di salute mentale, persone che hanno problemi di tossicodipendenza. Al di là dell’entità della pena, abbiamo un sistema penitenziario che è fatto per una buona metà di persone che hanno commesso reati in qualche modo legati alla loro condizione sociale”.
È da questa considerazione che il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, ha preso le mosse nel corso della tavola rotonda “La pena alternativa del sistema carcerario”, ospitata nell’ambito di Itaca 2026, la manifestazione organizzata a Formello, in provincia di Roma, dal vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio, Giuseppe Emanuele Cangemi.
Secondo Anastasìa, negli istituti penitenziari finiscono sempre più spesso persone che portano con sé condizioni di povertà, marginalità sociale, disagio psichico e dipendenze, fragilità che il sistema dei servizi territoriali non riesce a intercettare e sostenere adeguatamente. «Sembra di stare all’ospizio dei poveri più che nel luogo destinato agli autori dei reati più gravi», ha osservato, sostenendo la necessità di rafforzare gli interventi sociali, sanitari e di accoglienza sul territorio per consentire al carcere di svolgere più efficacemente la propria funzione trattamentale e di reinserimento.

Un momento dell’incontro.
Oltre al Garante Anastasìa, al dibattito hanno preso parte il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, il vicepresidente della Camera dei deputati Giorgio Mulè, la deputata Michela Di Biase, la presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, Marina Finiti, il provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria per Lazio, Abruzzo e Molise, Giacinto Siciliano. A moderare l’incontro è stata la giornalista Rai Maria Laura Cruciani.
Nel suo intervento, il viceministro Sisto ha richiamato l’articolo 27 della Costituzione, ricordando la recente normativa dedicata ai detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti e ha sostenendo la necessità di ampliare gli strumenti premiali e le misure alternative, insieme agli investimenti nell’edilizia penitenziaria, nel personale e nella magistratura di sorveglianza.
Il vicepresidente della Camera Mulè ha invece sottolineato il valore della giustizia riparativa, definendola una forma di giustizia capace di responsabilizzare l’autore del reato e di ricostruire il rapporto con la vittima e con la comunità. Ha inoltre insistito sulla necessità di intervenire prima dell’ingresso nel circuito penale, contrastando dispersione scolastica e marginalità sociale.
La deputata Di Biase ha espresso apprezzamento per il provvedimento dedicato ai detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti, ma ha contestato l’efficacia complessiva delle politiche governative sul sovraffollamento. Ha richiamato le condizioni di molti istituti penitenziari, l’aumento dei suicidi e la situazione delle detenute madri, chiedendo un maggiore ricorso agli strumenti di liberazione anticipata e alle misure alternative.
La presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, Marina Finiti, ha ricordato che il giudice dell’esecuzione è chiamato a formulare una valutazione sul futuro della persona condannata e sulla sua capacità di reinserimento. Per questo, ha sostenuto, il carcere dovrebbe costituire una misura residuale, mentre occorre investire su istruzione, lavoro, formazione professionale e percorsi trattamentali in grado di ridurre la recidiva.
Dal canto suo, il provveditore dell’amministrazione penitenziaria per il Lazio, l’Abruzzo e il Molise, Giacinto Siciliano, ha evidenziato come il sistema penitenziario sia chiamato a gestire problematiche che spesso originano all’esterno del carcere, dalle dipendenze al disagio mentale. Siciliano ha ricordato che negli istituti del Lazio sono presenti oltre 7.000 detenuti e che circa 800 hanno un fine pena inferiore ai due anni, ma spesso non possono accedere a misure esterne per l’assenza di una casa o di strutture di accoglienza.
Pur da prospettive differenti, tutti i relatori hanno convenuto sulla necessità di rafforzare gli strumenti di reinserimento sociale, il lavoro, la formazione e le misure alternative alla detenzione, nella convinzione che la sicurezza collettiva passi anche dalla capacità di ridurre la recidiva e costruire percorsi efficaci di inclusione e responsabilizzazione.