L’evoluzione del sistema penale, tra crescita, stratificazione e nuove forme di giustizia di comunità

I numeri mettono in discussione l’idea secondo cui l’espansione delle pene alternative rappresenterebbe una soluzione al sovraffollamento
MILANO MAGGIO 2002 - CASA DI RECLUSIONE DI OPERA - CORRIDOIO DELLA SEZIONE A FEMMINILE , LE CELLE APERTE Foto Cocco/Contrasto)

Otto persone su dieci in esecuzione penale nel 1997 erano in carcere e due scontavano la pena in libertà. Ventisette anni dopo, quella proporzione è radicalmente mutata: solo quattro su dieci sono le persone detenute nel 2024. Nel periodo considerato i detenuti sono aumentati del 26 per cento, le persone sottoposte a misure alternative del 372 per cento. I lavori di pubblica utilità e le pene sostitutive sono cresciuti del 24.457 per cento, passando da 167 nel 2010 a oltre 41.000 unità nel 2024. Tra il 1997 e il 2024, l’utenza complessiva del sistema penale – detenuti e persone in misure alternative – è salita da circa 60.020 a 154.185, segnando un aumento del 156 per cento. Sono questi i dati alla base dell’intervento del professor Giuseppe Caputo, associato di Sociologia del diritto presso l’Università di Firenze, al convegno “Università e carcere”, che si è svolto al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), il 5 marzo 2026.

Nel suo intervento, Caputo ha evidenziato tre punti fondamentali. Primo punto, siamo di fronte a un’espansione complessiva del sistema dell’esecuzione penale: l’aumento dell’utenza e degli strumenti alternativi indica un ampliamento strutturale, non episodico, del controllo penale. Secondo: la crescita delle misure non carcerarie non ha comportato una riduzione della popolazione detenuta, come ci si sarebbe attesi in una logica deflattiva. Al contrario, i detenuti aumentano comunque: da 49.155 nel 1997 a 61.861 nel 2024. In altri termini, la proliferazione degli strumenti ‘alternative’ non sostituisce il carcere: vi si affianca, accompagnandone la crescita. Questo dato mette in discussione l’idea — tipicamente riformista — secondo cui l’espansione delle alternative rappresenterebbe, di per sé, una soluzione al sovraffollamento e, più in generale, alle disfunzioni croniche dell’istituzione carceraria.

Le misure non detentive aumentano la capacità recettiva dell’esecuzione penale nel suo complesso e consentono di assorbire l’espansione dell’utenza prodotta da interventi legislativi discontinui — talora “capricciosi” — senza far ricadere integralmente sul carcere l’onere materiale e simbolico della crescita. Terzo, questa nuova stratificazione non è l’esito di un disegno sistemico, è piuttosto il prodotto di una pluralità di interventi normativi asistemici e spesso reattivi. Eppure, se guardiamo almeno agli ultimi quindici anni, questi interventi condividono una tendenza comune: l’introduzione — o la rilegittimazione — di una modalità esecutiva che rimette al centro il lavoro, ma in una forma in parte inedita, costruita sull’idea dello scambio scambio tra lavoro gratuito e libertà.

In questo quadro, il lavoro di comunità o di pubblica utilità si afferma come un nuovo co-protagonista della penalità contemporanea attraverso una progressiva generalizzazione: da pena del giudice di pace, a pena sostitutiva per la guida in stato di ebbrezza (2010) e per i reati di lieve entità commessi da tossicodipendenti, a misura centrale nella messa alla prova, fino alla piena valorizzazione — con la riforma Cartabia — come pena sostitutiva di portata generale.

È qui che, secondo Caputo, emerge un paradigma solo in parte nuovo — “in parte” perché il lavoro penale non è affatto una novità storica — ma comunque capace di invertire alcune acquisizioni della penalità liberale (carcerocentrica) e di quella del welfare (centrata su carcere e misure alternative). Caputo ha esplicitato cinque elementi di discontinuità rappresentati dal nuovo modello della cosiddetta giustizia di comunità:

  1. Visibilizzazione della pena. Il lavoro di pubblica utilità reintroduce una sanzione “pubblica”, svolta nello spazio sociale, in contrasto con l’invisibilità della pena carceraria.
  2. Prestazione gratuita e restitutiva. La prestazione è per lo più non retribuita e assume una funzione di restituzione/risarcimento simbolico verso la comunità (e talora verso le vittime), diversamente dal lavoro carcerario formalmente retribuito.
  3. Da beneficiario a prestatore. Il condannato passa da destinatario di interventi di inclusione a fornitore di un servizio alla comunità, spesso in ambiti socio-assistenziali e socio-sanitari, con accesso alla libertà condizionato alla prestazione.
  4. La misura tende a essere poco individualizzata: attività spesso generiche, non necessariamente fondate su valutazioni dei bisogni o del profilo del soggetto.
  5. Esternalizzazione e scarico dei costi. Gestione e controllo vengono in parte delegati a enti terzi (Terzo settore/enti locali), con trasferimento di oneri organizzativi e costi anche sui destinatari.

In conclusione, Caputo propone di sviluppare tre filoni di ricerca volti a comprendere il paradigma del lavoro di comunità gratuito nel contesto penale lungo tre direttrici: di analisi degli effetti del passaggio della concezione del lavoro da un meccanismo intramurario a uno di scambio tra prestazione e libertà; da valutazione teorica su come questi istituti sfidino i paradigmi tradizionali di giustificazione, considerando le condizioni di proporzionalità, consenso, meritevolezza e uguaglianza; la terza di approfondimento qualitativo, sulle pratiche di governance dell’esecuzione penale, sulle culture professionali, sulle modalità di controllo e i loro effetti sulla biografia delle persone coinvolte.